Prime pagine di quotidiani dell'11 settembre

Ebbene sì, fu un’avventura

Verso Minneapolis per parlare di cardiomiopatia ipertrofica

Insieme a Iacopo Olivotto eravamo stati invitati dal nostro mentore Barry Maron a presentare l’esperienza maturata a Firenze, ed i risultati ottenuti nei nostri pazienti, al secondo Summit di esperti di Cardiomiopatia ipertrofica in programma a Minneapolis dal 12 al 14 settembre 2001.
Ci siamo imbarcati a Firenze al mattino presto e poi, senza tanti controlli per la verità, ad Amsterdam sul volo KLM per Minneapolis.

Dopo circa 7 ore di volo, nello spazio aereo canadese ormai ad un’ora da Minneapolis, sento che il comandante avvisa in olandese che “lo spazio aereo degli Stati Uniti è stato chiuso”.
Dico a Iacopo: “C’è un problema, sentiamo ora che ci dice in inglese”. Ripete l’annuncio in inglese e dice che dobbiamo scegliere: atterrare in Canada e restare bloccati in aeroporto in Canada oppure rientrare ad Amsterdam. Annuncia che preferisce tornare ad Amsterdam, facendo scalo a Glasgow per rifornimento. E quindi fa una virata senza dire altro, per tutto il resto del volo, lasciandoci quindi sbigottiti ed ignari del motivo per cui era stato impossibile arrivare a Minneapolis.

Dopo altre 6 ore di volo, lo scalo a Glasgow ed un altro volo di due ore, atterriamo all’aeroporto di Amsterdam alle 2 del mattino, con 15 ore di volo addosso, tanta stanchezza e, soprattutto, tanta angoscia dopo aver visto sugli schermi la tragedia dei velivoli che si schiantano sulle Torri, l’incendio ed il loro crollo. Arrivano informazioni che anche un altro aereo si è schiantato sul Pentagono ed un altro è disperso in Pennsylvania.

Esterrefatti…preoccupati…, è dire poco! Nessuno sapeva se ci sarebbero stati altri attentati, forse anche in Europa. Il caos in aeroporto era indescrivibile, fra centinaia di persone sdraiate per terra e cumuli di bagagli scaricati dagli aerei e accatastati a caso. Recuperati per fortuna i nostri bagagli, prendiamo un treno che ci porta a Leiden alle 3 del mattino, dove siamo accolti da amici cari, che avevo avvertito per telefono appena atterrati a Glasgow.

Durante la sosta avevamo avvertito anche i nostri parenti, disperati perché non avevano nostre notizie dal mattino e temevano che anche noi fossimo coinvolti nella tragedia. Rifocillati con pane e formaggio dopo ore di digiuno, finalmente ci sdraiamo sui materassi preparati per noi nel soggiorno. Lo spazio aereo europeo restò chiuso per il rischio di ulteriori attentati.
Rimanemmo quindi con questi cari amici per 3 giorni, molto depressi, sperando di poter rientrare a casa e ritrovare i nostri cari oltre a un po’ di sicurezza per il futuro, molto scarsa in quel momento.

La mancata partecipazione al summit di Minneapolis, causata da uno degli eventi più drammatici della storia recente, non fermò il percorso di ricerca e cura che Franco Cecchi e Iacopo Olivotto avrebbero continuato a portare avanti nei decenni successivi, fino a diventare due punti di riferimento per centinaia di pazienti.

A distanza di 25 anni, questo racconto ci ricorda quanto possa essere sottile il confine tra la normalità e lo smarrimento più totale — un’esperienza che, per chi convive ogni giorno con una cardiomiopatia, non è del tutto estranea. È proprio in questi momenti di incertezza, quando non si hanno risposte e si teme per le persone care, che il sostegno di una comunità fa la differenza. Nel racconto del prof. Cecchi colpisce infatti un dettaglio, forse il più importante: nel momento del bisogno, furono degli amici ad accogliere lui e Iacopo Olivotto, offrendo un tetto, un pasto semplice e un po’ di sicurezza in un momento di totale incertezza. È lo stesso gesto che AICARM offre ai pazienti e alle loro famiglie: la certezza di non essere soli, specialmente nei momenti più difficili.

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