Ragazzo su letto di ospedale con i genitori e panorama della città dalla finestra

Il racconto di Virginia

Virginia si è laureata il 23 giugno, venti giorni dopo l’evento. Ha fatto il test di specializzazione e sta aspettando i risultati del MIUR, vorrebbe diventare pediatra. Nel frattempo ha trovato lavoro: si sta trasferendo a Milano per lavorare nella Croce Rossa e in strutture private di comunità assistenziale.

Puoi ripercorrere quel momento? Che cosa hai visto e come hai capito che dovevi intervenire?

Mi trovavo su Viale XXI Aprile, avevo aspettato l’autobus per almeno venti minuti e, visto che non arrivava, ho deciso di incamminarmi. La prima cosa che ho notato è stato un gruppo di 10-15 persone accalcate vicino alla catena che separa il marciapiede dal giardino della caserma della Guardia di Finanza. Mi sono avvicinata e ho visto queste persone piegate a terra su un uomo privo di coscienza. L’ambulanza era stata allertata, quindi ho potuto parlare subito con l’operatrice dedicata alla rianimazione, che mi ha dato indicazioni precise. Ho iniziato la valutazione dei parametri vitali secondo le linee guida attuali e in accordo con l’operatrice, ho iniziato le compressioni. I primi 6-8 minuti sono cruciali: oltre quel limite il cervello rischia danni irreversibili. La fortuna è stata che sono arrivata due o tre minuti dopo la caduta di Giulio.

Hai ricevuto aiuto da qualcuno?

Dopo pochi minuti è arrivato Luca, un ragazzo che non lavora nell’ambito sanitario ma che aveva fatto da poco un corso BLSD. Mi ha detto “ti do il cambio” e abbiamo iniziato ad alternarci. Le linee guida attuali non prevedono più le ventilazioni, soprattutto se il paziente ha le vie aeree compromesse, quindi abbiamo proseguito solo con le compressioni. Infine dopo 6-7 minuti totali di massaggio è arrivata l’ambulanza.

Era la prima volta che ti trovavi in una situazione del genere?

Sì, assolutamente. Avevo fatto il corso BLSD (Basic Life Support and Defibrillation) tre settimane prima, alla Sapienza, grazie a un professore che tiene molto a questa formazione. Il corso comprende parte teorica, parte pratica su manichini adulti e pediatrici e un test finale. Non mi ero mai trovata in una situazione simile, ma il corso mi ha dato sicurezza: sapere cosa fare ti permette di superare l’emotività del momento.

Puoi spiegare meglio il passaggio dal corso alla pratica? Perché è così importante?

Studiare o leggere le manovre è una cosa, ma formarsi davvero, con la parte pratica, è completamente diverso. Il corso ti insegna non solo la tecnica, ma anche la sequenza delle azioni, la gestione del panico, la lucidità. Durante il corso abbiamo visto video, ascoltato spiegazioni dei docenti, e poi abbiamo fatto pratica su manichini adulti e pediatrici. Questo ti permette di interiorizzare i gesti: la forza da usare, il ritmo, la posizione delle mani. Alla fine c’è un test che valuta le competenze e rilascia un brevetto.
Quando ti trovi davanti a una situazione reale, la parte emotiva è enorme, ma se sai cosa fare, l’adrenalina ti permette di essere lucida. Se non avessi fatto il corso, non avrei avuto la stessa capacità di intervenire. La formazione ti dà gli strumenti per non rimanere immobile e spaventata.

Com’è stato dal punto di vista emotivo?

Molto forte, durante l’intervento l’adrenalina ti aiuta a essere lucida, ma subito dopo è stato pesante. Le settimane successive ci ho pensato tantissimo, speravo di leggere una notizia che dicesse che era stato salvato. Sapere che sta bene è stato liberatorio.

Hai saputo com’è andata dopo il ricovero? È nato un legame con la persona che avete salvato, vi siete rivisti o sentiti dopo quel giorno?

Per due settimane non ho saputo nulla. Avevo lasciato i miei dati alla Guardia di Finanza, ma non avevo notizie, poi mi ha chiamato la mamma di Giulio: voleva ringraziarci e sapere le dinamiche precise. La cosa più bella è stata sapere che era vivo e non aveva riportato danni importanti e che le funzioni motorie e vitali erano preservate.

Che cosa diresti a chi ha appena fatto un corso di rianimazione e si trova in una situazione simile?

Prima di tutto direi di non avere paura di intervenire: un corso di formazione non ti trasforma in un professionista sanitario, ma ti dà gli strumenti per non rimanere immobile. È fondamentale riconoscere l’arresto cardiaco, chiamare subito il 112 e iniziare le compressioni il prima possibile.
Non serve essere medici: chiunque può fare la differenza. Potresti salvare uno sconosciuto, ma anche un collega, un familiare, un amico, in quei minuti preziosi la persona più importante della scena può essere chiunque sappia intervenire.

“Non serve essere medici: chiunque può fare la differenza.”

Il racconto di Luca

Luca ha 21 anni e studia Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a La Sapienza di Roma. «Non ho nulla a che fare con medicina o infermieristica, ed è proprio questo il punto: è una conoscenza aperta a tutti, non è un sapere elitario. Basta un po’ di impegno, ed è molto utile.»

Raccontami cosa è successo in quel momento: cosa hai visto, cosa hai pensato, come hai capito che dovevi intervenire?

È stato tutto molto inaspettato. Mi stavo recando al bar per conoscere due ragazze che ora sono con me in Erasmus, in Francia, quindi era un momento tranquillo della mia giornata. Camminando su Viale XXI Aprile ho visto un gruppo di persone in cerchio intorno a una figura distesa per terra. Ho messo gli occhiali per vedere meglio e ho visto un uomo privo di sensi, mentre una ragazza aveva già iniziato a fare un massaggio cardiaco. La folla cresceva e, per indole, sono andato subito a controllare. Ho capito immediatamente la gravità della situazione e ho cercato di pensare velocemente per capire se potessi essere utile, perché era evidente che si trattava di un’emergenza seria.

Sapevi già come intervenire? Avevi fatto un corso di primo soccorso?

Avevo fatto un corso BLSD un mese prima, quindi ero “fresco” di nozioni su come riconoscere un arresto cardiaco e come effettuare un massaggio cardiaco. L’avevo fatto insieme alla mia ragazza, e in realtà quel corso era nato da un episodio spiacevole avvenuto a Pasqua: sua nonna si era accasciata per terra, aveva perso i sensi e sembrava respirare sempre meno. Io, che sono molto sensibile a queste cose e lontanissimo dal mondo medico, mi ero sentito vulnerabile e impotente, guardavo la scena senza sapere cosa fare. Per fortuna poi si era ripresa, ma quell’episodio mi aveva segnato. È stato l’evento scatenante che mi ha portato a fare il corso BLSD.

Come sei passato dall’osservare la scena all’intervenire attivamente?

Quando ho visto la ragazza che stava già facendo il massaggio cardiaco, mi sono avvicinato e ho applicato un concetto che mi era rimasto impresso dal corso: la responsabilizzazione. Le ho chiesto se avevano chiamato il 112, se qualcuno monitorava la situazione, se aveva bisogno di un cambio. Era una giornata estiva, 40 gradi, e non sapevo da quanto stesse facendo le compressioni, mi ha detto che aveva bisogno di un cambio, e così ho iniziato a fare il massaggio cardiaco. Saranno stati due o tre minuti, non saprei quantificare esattamente, perché è stato un momento molto forte per me, che sono estraneo a questo mondo. Poi ci siamo alternati: lei si riposava, io continuavo, poi di nuovo il cambio, ognuno aveva un piccolo compito.
La responsabilizzazione, secondo me, è fondamentale in queste situazioni: domanda diretta, risposta secca, ognuno deve sapere cosa fare.

Com’è stato questo passaggio dalla teoria alla pratica?

È qualcosa che non ti aspetti e che non ti auguri mai, ti arriva dritta in faccia. Passare dal manichino a una persona vera è completamente diverso: un manichino non ha un’anima. Quando hai davanti a te una persona, vedi i suoi occhi, il suo colorito, è qualcosa che non puoi dimenticare.
La base teorica del corso però mi ha dato la forza di dire: “Ok, sto facendo la cosa giusta, posso andare avanti”. È un passaggio importante, e bisogna farsi trovare pronti.

Dopo che Giulio è stato portato via dall’ambulanza, hai cercato di sapere come stava?

Lì per lì avrei potuto chiedere agli ospedali vicini, ma non l’ho fatto. Mi sono detto: ho dato il massimo, ho fatto quello che potevo, insieme a tutti gli altri. È stato un lavoro di squadra: la ragazza, i finanzieri che gestivano le persone, l’automedica.

Ho sperato e pregato che stesse bene, ma non avevo alcuna possibilità di ritrovare il contatto. Poi, per circostanze fortuite, forse un disegno provvidenziale, siamo riusciti a entrare in contatto con la famiglia di Giulio, la chiamata con sua madre è stata il momento più forte. Quel giorno è stato fantastico: ero contento io, la mia ragazza, la mia famiglia, e soprattutto la nonna della mia ragazza, che aveva vissuto un episodio simile. Sentire Giulio dopo la riabilitazione è stato bellissimo, non vedo l’ora di incontrarlo a gennaio, sono molto felice che stia tornando a una vita normale.

Questa esperienza ti ha cambiato?

Sì, molto. Ho potuto mettere in pratica un servizio civico importante. Mi ha fatto riflettere su questioni più profonde: la vita che viene, che va. Mi ha spinto a vivere ogni giorno al meglio, a fare esperienze. Mi ha lasciato una ferita che però si è rimarginata bene: è diventata una bella cicatrice. Forte, ma positiva. Qualcosa che non si dimentica

Che cosa diresti a chi vuole fare un corso di primo soccorso o a chi l’ha fatto ma non ha mai dovuto metterlo in pratica?

Direi che se ho trovato il coraggio di farlo io, che sono spaventato dagli aghi, allora chiunque può farlo. Non ci sono limiti: qualsiasi età, qualsiasi circostanza.
Vorrei che ci fossero molti più corsi: è un dispendio di tempo minimo, per uno scopo enorme. Le persone che hanno fatto il corso con me erano magnifiche, preparatissime, ne vale la pena.
Per chi l’ha già fatto, è utile un piccolo reminder: un ripasso. È normale dimenticare se non si pratica: con la mia ragazza abbiamo fatto un prontuario che teniamo con noi, per ripassare le manovre.

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