
Chi convive con una cardiomiopatia sente spesso parlare, quasi come di due mondi separati, della propria malattia del muscolo cardiaco da un lato e dell’aterosclerosi coronarica dall’altro, cioè il progressivo restringimento delle arterie del cuore che colpisce moltissime persone, spesso legato all’età o allo stile di vita. Sono davvero due percorsi che non si incontrano mai? Non proprio: capire dove e come possono toccarsi aiuta a leggere meglio esami, sintomi e indicazioni del cardiologo.
L’aterosclerosi coronarica è l’accumulo, nel corso di anni o decenni, di placche di grasso, colesterolo e cellule infiammatorie all’interno delle arterie che portano sangue e ossigeno al cuore. Quando queste placche restringono in modo significativo il vaso, il muscolo cardiaco riceve meno sangue del necessario: è la cardiopatia ischemica. Le placche possono restare stabili per molto tempo oppure rompersi improvvisamente e causare un infarto, favorite da colesterolo alto, ipertensione, fumo, diabete e sedentarietà.
Le cardiomiopatie sono invece malattie che colpiscono direttamente il muscolo cardiaco, indipendentemente dalle coronarie: si va dalla forma dilatativa, in cui il cuore si allarga e si contrae con meno forza, a quella ipertrofica, con pareti ispessite, fino alle forme aritmogena, restrittiva o infiammatoria. Molte hanno un’origine genetica, infiammatoria o da accumulo e non sono legate all’aterosclerosi. Questo non significa però che l’aterosclerosi sia irrilevante per chi ne è affetto: quando le due condizioni si incontrano, può succedere in modo sostanzialmente diverso a seconda dei casi.
Cosa può accadere quando le due condizioni si incontrano
La prima possibilità è la semplice coesistenza: una persona con cardiomiopatia genetica può sviluppare, in modo del tutto indipendente, un’aterosclerosi coronarica legata a età, familiarità, fumo, diabete o colesterolo alto. Le due malattie convivono, senza che una sia causa dell’altra. La seconda possibilità è che si aggravino a vicenda: un cuore già fragile per la cardiomiopatia tollera peggio una riduzione del flusso coronarico, e un restringimento che in un cuore sano darebbe pochi disturbi può, in un cuore ipertrofico o dilatato, favorire uno scompenso o un’aritmia. La terza possibilità, infine, è un vero rapporto causale: se le coronarie si restringono in modo diffuso, o si verificano infarti anche silenti, il muscolo cardiaco può danneggiarsi, dilatarsi e perdere forza contrattile, con un quadro simile a quello di una cardiomiopatia dilatativa. In questo caso si parla di cardiomiopatia ischemica, perché l’aterosclerosi non si aggiunge a una malattia già esistente, ma ne è l’origine.
Quanto sia frequente che le due condizioni si incontrino dipende molto dal tipo specifico di cardiomiopatia: ogni forma ha una sua prevalenza di associazione con la malattia coronarica, e conoscerla aiuta il cardiologo a capire quanto peso dare a questo aspetto nel percorso di ciascun paziente. Per questo, di fronte a una nuova diagnosi di disfunzione del ventricolo sinistro, il cardiologo cerca sempre di stabilire se ci sia alla base una malattia coronarica significativa, per esempio con una coronarografia o una TAC coronarica: la risposta cambia la prognosi e, soprattutto, la terapia da seguire.
“di fronte a una nuova diagnosi di disfunzione del ventricolo sinistro, il cardiologo cerca sempre di stabilire se ci sia alla base una malattia coronarica significativa”
La disfunzione microvascolare coronarica
C’è poi un aspetto che si allontana dai grandi vasi coronarici e riguarda invece il microcircolo, cioè le diramazioni più piccole delle coronarie, di pochi micron, non visibili a occhio nudo né con una normale coronarografia. Anche quando le arterie principali sono completamente libere da placche, questi microvasi possono funzionare male, andando incontro a una forma di malattia degenerativa: si parla in questi casi di disfunzione microvascolare coronarica. Questo fenomeno è particolarmente rilevante in alcune cardiomiopatie, come quella ipertrofica, dove i piccoli vasi alterati possono contribuire a dolore toracico e affanno anche in assenza di ostruzioni nelle coronarie principali, o come l’amiloidosi e la malattia di Fabry, dove l’accumulo di sostanze anomale colpisce direttamente la parete dei piccoli vasi. È un campo ancora in evoluzione, ma aiuta a spiegare perché alcuni pazienti con cardiomiopatia hanno sintomi sproporzionati rispetto a quanto si vede sulle coronarie principali.
Prendersi cura delle arterie è importante
Di fronte a queste informazioni, chi ha una cardiomiopatia si pone spesso alcune domande semplici e legittime: devo preoccuparmi anche dell’aterosclerosi, oltre che della mia cardiomiopatia? Posso fare qualcosa per proteggere le mie arterie? I sintomi che sento dipendono dalla cardiomiopatia o dalle coronarie? E l’attività fisica che mi è stata consigliata è comunque sicura? Le risposte, nella maggior parte dei casi, sono rassicuranti: anche quando la cardiomiopatia ha un’origine genetica e si accompagna raramente all’aterosclerosi, prendersi cura delle arterie resta comunque un gesto utile e concreto verso il proprio cuore. Non fumare, tenere sotto controllo pressione, colesterolo e glicemia, mantenere un’attività fisica regolare concordata con il cardiologo, seguire un’alimentazione equilibrata e sottoporsi ai controlli periodici sono accorgimenti che non modificano la causa di base della cardiomiopatia, ma riducono il rischio che l’aterosclerosi si aggiunga come ulteriore fattore di stress per un cuore già impegnato.
Aterosclerosi coronarica e cardiomiopatie restano, nella maggior parte dei casi, malattie con storie e cause diverse. Ma il loro legame cambia a seconda del tipo di cardiomiopatia: più stretto nella forma dilatativa, più legato al microcircolo nell’ipertrofica e nella malattia di Fabry, più marginale nell’aritmogena. Conoscere questa relazione non deve generare allarme, ma consapevolezza: il messaggio principale, anche per chi ha una cardiopatia di origine genetica che raramente si incontra con l’aterosclerosi, è che la prevenzione della malattia aterosclerotica resta comunque importante e va portata avanti insieme al proprio cardiologo.
Aterosclerosi coronarica e cardiomiopatie restano, nella maggior parte dei casi, malattie con storie e cause diverse.
Il saggio del dott. Leonardo Bolognese
Per chi desidera approfondire questi temi con maggiore dettaglio, anche dal punto di vista della prevalenza di questa associazione nelle diverse forme di cardiomiopatia, il professor Leonardo Bolognese ha dedicato a questo argomento un testo più esteso, a cui rimandiamo per un approfondimento completo. Ogni situazione individuale, in ogni caso, va sempre discussa con il proprio cardiologo di riferimento, la persona più indicata per interpretare esami e sintomi nel contesto della propria storia clinica. Per chi desidera un confronto o un orientamento, il servizio Cuori in Ascolto di AICARM è disponibile al numero 055 06 20 178, e sul sito aicarm.it sono disponibili ulteriori approfondimenti e materiali su questi temi.
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