
Una malattia che riguarda il cuore
L’obesità è riconosciuta come una malattia cronica, e il cuore è l’organo che ne risente di più: circa due terzi dei decessi legati all’eccesso di peso sono di origine cardiovascolare. In Italia riguarda circa un adulto su cinque.
Per chi convive con una cardiopatia o una cardiomiopatia il tema è particolarmente importante, perché il peso in eccesso si aggiunge a una condizione già presente. La buona notizia è che si tratta di un fattore su cui si può intervenire, oggi con strumenti più efficaci che in passato.
Conta dove si accumula il grasso
Per valutare l’obesità si usa di solito l’indice di massa corporea (BMI), che mette in rapporto peso e altezza. È un indicatore utile, ma racconta solo una parte della storia: dice quanto si pesa, senza distinguere tra muscolo e grasso e senza dire dove il grasso si trova.
Proprio la posizione fa la differenza. Il grasso che si accumula nell’addome, attorno agli organi, detto viscerale, è il più dannoso: produce sostanze che alimentano un’infiammazione silenziosa e favoriscono diabete, pressione alta e alterazioni del colesterolo. Una parte si deposita anche attorno al cuore e agisce direttamente sul muscolo cardiaco. Il grasso di fianchi e glutei è invece molto meno pericoloso.
Per questo due persone con lo stesso peso possono avere un rischio diverso, e anche chi è normopeso può avere troppo grasso addominale. Un aiuto semplice viene dal metro da sarta: le indicazioni europee suggeriscono di fare attenzione quando la circonferenza vita supera i 94 cm negli uomini e gli 80 cm nelle donne, e di cercare di ridurre il peso oltre i 102 e gli 88 cm.
Quando il cuore diventa rigido
L’eccesso di grasso, soprattutto viscerale, è strettamente legato a una forma particolare di scompenso cardiaco, detta a frazione di eiezione preservata. [In questa forma il cuore si contrae normalmente, ma è più rigido e fatica a riempirsi di sangue.] Si manifesta soprattutto con fiato corto e stanchezza durante lo sforzo.
Le cause si sommano: l’infiammazione prodotta dal grasso viscerale, il grasso che avvolge il cuore e ne limita i movimenti, l’aumento del volume di sangue che il cuore deve gestire. Nel tempo il muscolo cardiaco perde elasticità.
Questa forma di scompenso può passare inosservata, perché l’affanno viene facilmente attribuito ai chili in più e alcuni esami del sangue usati per la diagnosi risultano più bassi nelle persone con obesità. Se fiato corto o stanchezza aumentano, è utile parlarne con il cardiologo, senza dare per scontato che dipendano solo dal peso.
E nella cardiomiopatia ipertrofica?
Anche nella cardiomiopatia ipertrofica, malattia in larga parte genetica, il peso conta. Un ampio studio internazionale ha seguito per diversi anni oltre 3.000 pazienti: sette su dieci erano in sovrappeso o obesi. Chi aveva un peso più elevato aveva in media più sintomi, più spesso un’ostruzione all’uscita del sangue dal cuore e, nel tempo, una maggiore probabilità di scompenso e di fibrillazione atriale. Lo stesso studio ha osservato una mortalità e un rischio di aritmie gravi simili nei diversi gruppi di peso.
Una parte dell’aumento di peso nasce dalla diagnosi stessa: molti pazienti, per timore, si muovono meno di quanto sarebbe raccomandato. Un’attività aerobica moderata, concordata con il cardiologo, si è dimostrata sicura e aiuta sia il cuore sia il controllo del peso.
Come intervenire
Il primo passo resta lo stile di vita, con obiettivi realistici: perdere tra il 5 e il 10% del peso riduce già il rischio cardiovascolare. Un’alimentazione di tipo mediterraneo, con porzioni controllate e pochi cibi ultraprocessati, è quella che dà i risultati più duraturi. L’attività fisica regolare, adattata alla propria condizione, aiuta soprattutto a mantenere il peso raggiunto e a conservare la massa muscolare.
I farmaci GLP-1
Quando lo stile di vita da solo non basta, è possibile affiancare i farmaci della famiglia GLP-1, come semaglutide e tirzepatide. Nati per il diabete, riducono l’appetito e aumentano il senso di sazietà, e negli studi hanno permesso di perdere in media tra il 15 e il 20% del peso. [Del loro funzionamento si è già parlato sul sito AICARM: inserire link all’articolo di Niccolò Maurizi.]
Per chi ha un cuore fragile, il dato più interessante è che il beneficio va oltre la bilancia. In persone con una malattia cardiovascolare già presente, semaglutide ha ridotto di circa un quinto il rischio di infarto, ictus e morte cardiovascolare. In persone con obesità e scompenso a frazione di eiezione preservata ha migliorato i sintomi, la capacità di camminare e la qualità della vita, con meno ricoveri per scompenso. Parte di questi effetti sembra legata anche a una riduzione dell’infiammazione, oltre che al calo di peso.
I farmaci si aggiungono allo stile di vita e lo completano: gli effetti delle due strade si sommano.
Che cosa tenere a mente
Come ogni terapia, anche questa va decisa insieme al medico. Gli effetti indesiderati più comuni sono nausea, diarrea o stitichezza, in genere più fastidiosi nelle prime settimane. Esistono alcune controindicazioni, come la gravidanza, che il medico valuterà caso per caso.
Il beneficio dura finché si assume il farmaco: se lo si sospende, buona parte del peso tende a tornare, per cui la terapia va pensata nel lungo periodo. Durante il dimagrimento è importante restare attivi, per non perdere massa muscolare.
Per le cardiomiopatie gli studi specifici sono ancora pochi. L’uso di questi farmaci richiede quindi una valutazione attenta da parte dello specialista, in particolare quando è presente un’ostruzione.
Il ruolo del cardiologo
Ogni scelta su alimentazione, esercizio e farmaci va condivisa con il proprio cardiologo di riferimento, che conosce la storia clinica e la terapia in corso e può indicare il percorso più adatto.
Questi temi saranno approfonditi nel webinar AICARM «Dimagrire, proteggere il cuore, vivere meglio: tutto ciò che sappiamo sui farmaci GLP-1», in programma a novembre [data, orario e link di iscrizione da inserire]. Sarà l’occasione per porre domande dirette agli specialisti, anche sull’uso di questi farmaci nelle cardiomiopatie.[Testo standard sui servizi AICARM da inserire.]
Riferimenti
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Koskinas KC, Van Craenenbroeck EM, Antoniades C, et al. Obesity and cardiovascular disease: an ESC clinical consensus statement. European Heart Journal 2024; 45: 4063–4098. doi:10.1093/eurheartj/ehae508
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Butler J, Shah SJ, Petrie MC, et al. Semaglutide versus placebo in people with obesity-related heart failure with preserved ejection fraction: a pooled analysis of the STEP-HFpEF and STEP-HFpEF DM randomised trials. The Lancet 2024; 403: 1635–1648. doi:10.1016/S0140-6736(24)00469-0
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Fumagalli C, Maurizi N, Day SM, et al. Association of obesity with adverse long-term outcomes in hypertrophic cardiomyopathy. JAMA Cardiology [anno, volume e pagine da verificare]. PMID 31693057
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Maurizi N. Farmaci agonisti del recettore GLP-1: la nuova frontiera per combattere obesità e complicanze metaboliche. aicarm.it, 12 giugno 2025.
Il grasso che si accumula nell’addome, attorno agli organi, detto viscerale, è il più dannoso.
Il primo passo resta lo stile di vita, con obiettivi realistici: perdere tra il 5 e il 10% del peso riduce già il rischio cardiovascolare.
I farmaci si aggiungono allo stile di vita e lo completano: gli effetti delle due strade si sommano.











