Il caffè fa davvero male alla fibrillazione atriale? Un vecchio mito da rivedere

Per anni, a chi aveva problemi di cuore, soprattutto fibrillazione atriale (FA), è stato detto di fare attenzione al caffè. La frase tipica era: “Meglio evitarlo, la caffeina può scatenare le aritmie”. Molti pazienti hanno smesso il loro espresso mattutino per paura di “far impazzire il ritmo”.

Oggi, però, un nuovo studio pubblicato su JAMA, una delle riviste mediche più prestigiose, lancia un messaggio che suona quasi sorprendente: in pazienti con fibrillazione atriale sottoposti a cardioversione, bere circa una tazza di caffè al giorno è stato associato a meno recidive di aritmia rispetto a chi ha eliminato completamente caffè e caffeina.

Non significa che il caffè sia una “cura” e non è certo un invito a esagerare, ma il risultato è abbastanza forte da far vacillare un vecchio dogma. Vale la pena guardarlo con calma, soprattutto per i pazienti con cardiomiopatia che spesso convivono anche con FA e si sentono dire molte cose, a volte discordanti, sullo stile di vita.

caffè e fibrillazione atriale

Che studio è? A chi si applica?

Il lavoro si chiama DECAF, acronimo di “Does Eliminating Coffee Avoid Fibrillation?”, e risponde a una domanda molto concreta: cosa succede alla fibrillazione atriale se, dopo una cardioversione, chiediamo ai pazienti di continuare a bere caffè oppure di eliminarlo del tutto?

I ricercatori hanno arruolato 200 adulti con fibrillazione atriale persistente o flutter atriale con storia di FA, in programma per cardioversione elettrica, in 5 ospedali di Stati Uniti, Canada e Australia. Tutti erano bevitori abituali di caffè (almeno una tazza a settimana negli ultimi anni). Dopo la cardioversione, sono stati sorteggiati in due gruppi: uno incoraggiato a bere ogni giorno almeno una tazza di caffè con caffeina, l’altro invitato a non bere né caffè (né normale né deca) né altre bevande contenenti caffeina per sei mesi.

L’obiettivo principale era semplice e molto clinico: vedere in quanti, nei sei mesi successivi, la fibrillazione atriale o il flutter tornavano a farsi vivi, documentati da un elettrocardiogramma o da un tracciato valido.

Il dato centrale è quello che ha fatto il giro dei comunicati stampa: la fibrillazione atriale (o il flutter) è tornata nel 47% dei pazienti del gruppo “caffè”, contro il 64% del gruppo “astinenza”. In termini statistici, il rischio di recidiva è risultato circa più basso del 39% in chi continuava a bere caffè rispetto a chi lo aveva totalmente eliminato (hazard ratio 0,61).

Ancora più importante, non c’è stato un segnale di maggiore rischio: niente aumento significativo di eventi avversi seri, ricoveri o altri problemi tra i “caffè” rispetto agli “astinenti”. Semplificando molto, nello scenario specifico di questo studio, pazienti già abituati al caffè, una tazza circa al giorno, dopo cardioversione, il caffè non ha fatto male e anzi è stato associato a un decorso migliore dell’aritmia.

Ma com’è possibile che il caffè “aiuti” invece di far danni?

La tradizione medica ha sempre guardato alla caffeina come a un potenziale “eccitante” del cuore: aumenta la frequenza cardiaca, può favorire extra-sistoli, sembra fatta apposta per disturbare un ritmo già fragile. Per questo per anni si è dato il consiglio prudenziale di ridurre o evitare.

Negli ultimi anni, però, vari studi osservazionali avevano già suggerito che il caffè, in quantità normali, non aumenta il rischio di sviluppare FA e forse è neutro o leggermente protettivo. DECAF è il primo studio randomizzato su questo tema e conferma, in un contesto definito, che la caffeina non è il “mostro sotto il letto” che si pensava. Le ipotesi sui meccanismi sono affascinanti: la caffeina blocca i recettori dell’adenosina, sostanza che in alcune situazioni può facilitare l’innesco di aritmie; il caffè contiene sostanze antiossidanti e anti-infiammatorie; chi mantiene il proprio rituale del caffè può avere uno stile di vita più attivo e meno “medicalizzato”, con benefici indiretti su attività fisica e benessere generale. Sono però, appunto, ipotesi. Lo studio ci dice cosa succede a un certo gruppo di pazienti in una situazione precisa, non che il caffè diventi una terapia.

Bere circa una tazza di caffè al giorno è stato associato a meno recidive di aritmia rispetto a chi ha eliminato completamente caffè e caffeina.

E per i pazienti con cardiomiopatia?

Molti soci AICARM convivono con una cardiomiopatia (ipertrofica, dilatativa, aritmogena…) e, non di rado, con episodi di fibrillazione atriale. La domanda che viene naturale leggendo questo studio è: “Allora posso ricominciare a bere caffè? O non devo preoccuparmi se non l’ho mai smesso?”

La risposta non può che essere personalizzata. Questo studio parla di pazienti già bevitori, con consumo moderato (circa una tazza al giorno), dopo cardioversione. Non ci dice cosa succede con cinque caffè e due energy drink, né com’è l’effetto in chi ha aritmie molto instabili o altre condizioni complesse.

Però offre qualcosa di molto importante: toglie il terrore automatico. Se un paziente con cardiomiopatia e FA, ben seguito, assume correttamente farmaci, anticoagulante se indicato, ed è abituato da anni a una tazzina di caffè al giorno senza sintomi particolari, il cardiologo oggi ha un argomento in più per non vietarla per principio. Al contrario, se il paziente nota chiaramente che dopo il caffè compaiono palpitazioni fastidiose, agitazione o insonnia, si può ragionare insieme su una riduzione o sospensione: la medicina resta sempre cucita addosso alla persona, non allo studio.

Come sempre, ogni studio ha dei limiti. DECAF è open-label, ovvero i pazienti sapevano se dovevano bere o non bere caffè, quindi un po’ di effetto psicologico è inevitabile. Il campione è relativamente piccolo e selezionato; non possiamo allargare i risultati a tutti i cuori e a tutte le situazioni.

Detto questo, il messaggio che arriva è chiaro e, per molti pazienti, anche liberatorio: nel contesto giusto, il caffè non è il nemico del cuore che pensavamo, e addirittura potrebbe accompagnarsi a un decorso migliore della fibrillazione atriale dopo cardioversione.

Per chi vive con una cardiomiopatia, e sa quanto ci si debba adattare, modificare abitudini, rinunciare a tante cose, poter salvare almeno alcuni piccoli piaceri quotidiani, come un caffè con calma al mattino, non è un dettaglio. Fa parte di quella qualità di vita che non va sacrificata se non c’è un motivo solido.

Il consiglio finale, in stile AICARM, è semplice: non cambiare da solo quello che fai in base a un titolo letto online, ma usa queste informazioni come spunto per parlare con il tuo cardiologo. Portagli questo studio, raccontagli quanta caffeina assumi, come ti senti dopo il caffè, quali sono le tue paure. E decidete insieme se quella tazzina può restare al suo posto.

Per molti, alla luce di DECAF, la risposta potrebbe essere: sì, il caffè può restare. E forse, almeno su questo fronte, possiamo permetterci di avere un po’ meno paura.

Referenza: Wong CX, Cheung CC, Montenegro G, Oo HH, Peña IJ, Tang JJ, Tu SJ, Wall G, Dewland TA, Moss JD, Gerstenfeld EP, Tseng ZH, Hsia HH, Lee RJ, Olgin JE, Vedantham V, Scheinman MM, Lee C, Sanders P, Marcus GM. Caffeinated Coffee Consumption or Abstinence to Reduce Atrial Fibrillation: The DECAF Randomized Clinical Trial. JAMA. 2026 Jan 27;335(4):317-325.

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